Stirling Moss e Damon Hill

MossHillIl calendario a volte, spesso a dire il vero, si diverte a combinare degli scherzi. E così questa mattina son venuto a sapere curiosando su Twitter che è il compleanno (84 anni) di Stirling Moss, uno dei più grandi piloti automobilistici degli anni ’50. Non avevo bisogno dei social, invece, per ricordarmi la data di nascita di Damon Hill (per lui sono 53), figlio d’arte e campione del mondo di F1 nel 1996. Curiosamente insomma il destino ha affiancato il Re senza corona, Moss, pilota forte ma mai premiato da un titolo mondiale negli anni di Fangio, Ascari e compagnia e Hill jr, primo e finora unico figlio a bissare la corona iridata del padre (Graham, campione nel ’62 e nel ’68) ma al tempo stesso uno dei campioni meno considerati degli ultimi 30 anni.

Stirling Moss, classe 1929, il Inghilterra rappresenta semplicemente le corse. E’ un arzillo vecchietto che – ufficialmente – ha smesso di correre solo due anni fa, quando nelle prove della Le Mans Classic scese dall’auto, una Porsche, e disse “Ok, è finita”. Ha corso praticamente ogni tipo di gara, nel suo palmares ci sono 16 vittorie nel mondiale (fra cui quattro GP di Monaco) oltre a una Mille Miglia e altri appuntamenti all’epoca prestigiosi come la 1000 km del Nurburgring. Ma in F1 non è riuscito mai ad arrivare sul trono più ambito, classificandosi secondo per quattro volte di fila (1955-1958) e terzo nei tre anni successivi. Nel 1952 ha corso addirittura il Rally di Monte Carlo, arrivando – ça va sans dire – secondo. Gran parte della sua popolarità deriva dall’esasperato patriottismo (ha sempre sostenuto che “è meglio perdere con onore su un’auto inglese che vincere su una straniera”) e dalla grande signorilità. E’ vero, in quegli anni era una dote piuttosto diffusa (Peter Collins gettò l’opportunità di un mondiale per cedere la macchina a Fangio, nel ’56, a danno proprio di Moss), ma come si fa a non impazzire per un pilota che difende a spada tratta l’operato di un rivale salvandolo da una squalifica certa? Sir Stirling lo fece, nel ’58 in Portogallo a favore di Mike Hawthorn; risultato: Hawthorn campione del mondo e Moss secondo. In carriera ha guidato tra le altre per Cooper, Maserati, BRM, Vanwall, Lotus e Mercedes; proprio la casa di Stoccarda negli ultimi anni lo ha più volte omaggiato facendolo partecipare a presentazioni di vetture stradali e ad eventi pre-GP.

Damon Hill, nato il 17 settembre 1960, è il figlio di Graham Hill, unico pilota della storia ad aver vinto in carriera Mondiale di F1, 500 miglia di Indianapolis e 24 Ore di Le Mans. Damon, che perde il padre a 15 anni a causa di un incidente aereo, arriva in F1 molto tardi, dopo aver inziato a correre in moto – come Graham – e dopo una lunga gavetta nelle formule minori. Diventa collaudatore della Williams nel ’91 prima della ‘promozione’ al fianco di Prost per il 1993. Piccola curiosità, Hill viene iscritto al mondiale con il numero zero, spettando alla scuderia di Grove l’1 e il 2 dopo il dominio della stagione precedente, ma non potendo ereditare il numero del campione in carica da Mansell. La FW15 è una macchina molto veloce, nettamente la migliore in campo, e permette a Damon di ottenere nella prima metà di stagione quattro secondi posti (anche a Monaco, dove il padre vinse ben 5 volte). Da metà stagione in poi, mentre Prost si avvia al suo quarto titolo, Hill diventa quasi inarrestabile: a Silverstone domina ma il motore lo tradisce a pochi giri dalla fine, due settimane dopo a Hockenheim la prima vittoria sfugge al penultimo giro per una foratura. Si consola vincendo le tre gare successive e chiudendo la stagione al terzo posto nel mondiale. Nel ’94 mantiene il numero zero, perché Prost si ritira dalle corse e in casa Williams arriva Senna. Sappiamo bene quanto furono difficili sportivamente e poi drammatici quei mesi. Dopo Imola, Hill si carica la squadra sulle spalle e prova (in una stagione che colleziona più giornate in aule di tribunale dell’ultimo Berlusconi) a ottenere il massimo; sei vittorie e quattro secondi posti lo portano a un punto dal sogno, ma lì si fermerà, grazie al rocambolesco incidente di Adelaide, dove Schumacher appena uscito di pista per un errore di guida lo chiude senza troppi complimenti, un po’ come farà con Villeneuve nel ’97, costringendolo al ritiro. Nel 1995 Hill è ormai caposquadra alla Williams ma stecca completamente l’annata, sopraffatto da un’accoppiata Schumi-Benetton perfetta. Si rifarà nel 1996, approfittando del passaggio in Ferrari del tedesco, vincendo otto gare e il mondiale, con un minimo rimpianto non tanto per l’addio alla Williams quanto per l’ennesimo ritiro a Monte Carlo, gara “di famiglia” per lui. Nel ’97 e nel ’98 le due corse forse più significative, secondo me: lontano da mamma-Williams sfiora la vittoria in Ungheria a bordo di una Arrows equipaggiata con le fenomenali gomme Bridgestone, perdendola solo all’ultimo giro per delle noie tecniche; l’anno dopo in Belgio sotto il diluvio universale regala alla Jordan la prima vittoria in F1. Si ritira l’anno dopo, con 22 vittorie, 20 pole e 19 giri veloci, dedicandosi alla carriera politico-sportiva (per cinque anni è stato presidente del BRDC, garantendo a Silverstone la presenza nel mondiale), alla chitarra elettrica e alla famiglia. Uno dei figli, Joshua, classe 1991, era pilota e stava portando sulle piste per la terza generazione il leggendario casco di famiglia, ma questa estate a soli 22 anni si è ritirato per dedicarsi alla batteria. Gli altri sono Oliver, di due anni più grande, affetto dalla sindrome di Down e nato in anni in cui, raccontava Damon, a casa “si ribaltavano i divani sperando che cadesse qualche penny” e le ragazze Tabitha e Rose. Non è stato un campione da leggenda, Damon, ma non deve essere stato semplice correre ai massimi livelli confrontandosi con l’eredità paterna e con il dramma di Ayrton; la storia – almeno in questo – gli ha reso giustizia.

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