Ronnie Peterson, 11 settembre 1978

petersonLa Formula 1 e l’automobilismo nascondono (lo penso da sempre) alcune delle più belle storie dello sport moderno. Tra pochi giorni se i miei calcoli sono esatti non sentiremo parlare d’altro che di Hunt vs Lauda e del mondiale del 1976. Ma la storia di Hunt “the Shunt” e Lauda non è l’unica che avrebbe meritato di essere raccontata su un grande schermo. Ci sono tante storie esaltanti fra le pagine degli annuari. A volte tragiche, quasi sempre da pelle d’oca; storie di coraggio e di amicizia, di gesti, di secondi che cambiano la vita di molte persone.

Trentacinque anni fa, l’11 settembre 1978, lo svedese Ronnie Peterson spirava all’ospedale Niguarda in seguito ad embolia lipidica. Una tragica conseguenza dell’incidente avuto il giorno precedente, a Monza, mentre al volante della sua Lotus affrontava il primo giro del GP di Italia. Classe 1944, Ronnie arriva in F1 nel 1970, a bordo di una March. L’anno dopo passa alla squadra ufficiale, arrivando subito secondo nel mondiale dietro Stewart, seppur senza vittorie. Trasloca alla Lotus per il 1973 quando ottiene addirittura  4 vittorie. Nel ’74  altre tre vittorie, prima di un’annata deludente e di altri due trasferimenti: 1976 in March e 1977 in Tyrrell. E’ un pilota velocissimo, tra i più forti del campionato, Ronnie, uno che ha mercato. Non è affatto un caso che nel 1976 dopo l’incidente di Lauda, Enzo Ferrari voglia lui sulla Rossa per cercare di sottrarre punti a Hunt (ancora lui, visto?). Lauda è dato per spacciato e al Drake interessa soprattutto una cosa: vincere. Ma secondo la leggenda è Lauda stesso, dal letto d’ospedale a mettersi di traverso e a far lasciare Ronnie come un idiota all’aeroporto ad aspettare un’autista Ferrari che non arriverà mai. Poco male, perché potendosi permettere di scegliere, Ronnie nel 1978 torna in Lotus, da scudiero di Mario Andretti. C’è chi dice che Colin Chapman, della Lotus, voglia fargli pagare l’addio di due anni prima, chi semplicemente sottolinea il maggior feeling di Marione con la vettura di quell’anno. In ogni caso bilancio sontuoso, con due vittorie e quattro secondi posti in altrettante doppiette e titoli (piloti e costruttori) in tasca.

Si arriva così a Monza, con le due nere John Player Special a un passo dal titolo. Ronnie in prova distrugge la macchina ed è costretto a schierarsi al via con una vecchia Lotus 78 dell’anno prima. Parte dalla terza fila, a rilento, e va a finire al centro di una drammatica carambola alla prima variante. La macchina prende fuoco e lui ha le gambe spezzate, è dolorante ma cosciente. Lo portano in ospedale e la gara prosegue, con somma di tempi come si usava all’epoca. Un caos triste, complicato anche dalla penalizzazione degli scatenati Andretti e Villeneuve per partenza anticipata: finiranno quinto e sesto, con l’americano campione del mondo. Nella notte, al Niguarda, il dramma: l’embolia, forse causata da un intervento di riduzione delle fratture troppo lungo, stronca la vita del 34enne Ronnie Peterson. Andretti viene a saperlo dal casellante dell’autostrada mentre va dall’hotel all’ospedale per visitare il compagno ferito. E’ sconvolto, tutto il mondo della Formula 1 lo è. La morte in pista è un fatto tutt’altro che inusuale, ma tanti piangono quel diavolo biondo, tanto discreto fuori dalla pista quanto veloce e determinato al volante.

Al suo funerale tanti colleghi. Accanto al feretro Hunt, Fittipaldi, Lauda e Scheckter. E un ragazzo alto, calvo. E’ Gunnar Nilsson, grande amico di Ronnie, pilota anche lui. Dovrebbe essere al volante di una Arrows, quell’anno, ma gli hanno diagnosticato una terribile malattia, un cancro. Soffre, ma non può non essere lì quel giorno, lo deve a Ronnie e alla moglie Barbro, che tanto hanno fatto per lui in quei mesi terribili. Sta in disparte, il fisico è minato dalla malattia e l’animo è triste. Se ne andrà poco più di un mese dopo in un ospedale di Londra, il 20 ottobre del ’78, a 30 anni. E’ una tragedia enorme e destinata a lasciare ancora uno strascico nero, quella di Ronnie e Gunnar. Un’ombra incancellabile per l’anima della bella Barbro, che metterà fine alla sua vita appena nove anni dopo.

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